Archive For The “Scienze” Category

LA COLAZIONE NEL MONDO

LA COLAZIONE IN ITALIA

In Italia la colazione tipica è costituita da  pane o panini, burro marmellata, fette biscottate e biscotti, accompagnanti da caffè, latte o tè freddo.

lA COLAZIONE IN FRANCIA

Per colazione, i francesi prendono il caffè, tè, cioccolata calda o un succo di frutta. Lo accompagnano generalmente con pane e burro, croissant alla marmellata di ogni genere.

LA COLAZIONE IN GERMANIA

In Germania e’ di uso mangiare salsiccia, uova,  formaggi accompagnati da pane di tutti i tipi (nero, bianco, di segale, frumento) con marmellata, miele, formaggi, prosciutto cotto e a volte anche uova e omelette.

LA COLAZIONE IN AMERICA

La colazione americana può includere moltissimi alimenti differenti. Alcuni sono semplici ingredienti, da preparare o già pronti, altri, invece, sono vere e proprie ricette.
Carne, pesce,  uova, bacon (sottili fette di pancetta precotta) salsicce, ham: (un salume cotto da affettare piuttosto simile al prosciutto di maiale arrosto e affumicato), steak (bistecca di manzo)

LA COLAZIONE IN AUSTRALIA

Tra i cibi della colazione tipica australiana non mancano: Bacon; Uova in tutte le prepazioni; Pane e formaggi; Torrija di mais che per aspetto e sapore ricordano il pain perdu francese; Vegemite, una crema spalmabile salata ricavata dal lievito estratto durante il processo di lavorazione della birra.

LA COLAZIONE IN GIAPPONE

La colazione giapponese  è costituita da: riso bianco al vapore, verdure miste, alghe, uova, pesce, natto, ottenuto dalla fermentazione dei fagioli,  tamagoyaki cioè un’omelette giapponese che si prepara con uova, salsa di soia e zucchero e che viene cotta seguendo una tecnica tradizionale un tantino laboriosa.

LA COLAZIONE IN EGITTO

Foul Madamas è una zuppa di ceci e fave, limoni, aglio, pepe di caiamae salsa tahina (crema di sesamo). Si completa il piatto con verdure e un uovo sodo

LA COLAZIONE IN SIRIA

La tipica colazione siriana e’ formata da yogurt magro, avena o farro integrali, un frutto, qualche mandorla.

LA COLAZIONE IN VIETNAM

La colazione vietnamita è composta da una zuppa di riso e verdure chiamata Chaò Chai, profumata da diverse spezie, dai Dau Cha Quai, una sorta di grissini fritti. Il tutto accompagnato da tè o da caffè freddo. Piatto tipico del risveglio è il Pho, una zuppa di pollo o gamberi con spaghetti di riso (tipici “rice noodles”) servita in brodo caldo di carne con cipolle e germogli di soia, che va mangiata con abbondante peperoncino rosso fresco e con il lime spremuto dentro.

Articolo realizzato da: KARIM ELSAWY, FRANCESCO SARDI, LEONARDO ZAFFIRO, SOFIA PALUDI, RITA SCAFFARO, RAFFAELLA MARVELL, EDOARDO CAMPITELLI E SHADIR BELLA

Classe 2B 2020/2021 “La colazione nel mondo”

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Il nostro ambiente: l’impegno, ma soprattutto la consapevolezza sono abbastanza e faranno la differenza? La risposta possiamo darla solo noi!

 

Carlotta Palumbo

Il nostro ambiente, tanto inquinato quanto difeso, tanto modificato quanto tutelato, cosa è? La terra, l’ambiente, sono tutto ciò che ci circonda, sono la nostra casa e la nostra ragione di vita. È solo grazie al nostro pianeta che noi riusciamo a vivere nelle condizioni attuali, è grazie a lui se respiriamo, parliamo o camminiamo, in fin dei conti è da lui che siamo nati ed è da lui che dipendiamo.

Con il tempo l’uomo si è preso sempre più libertà pensando che, forse, un modo per controllare un’entità così grande come la Terra, ci fosse.  Con queste convinzioni si è diffuso il pensiero che fosse possibile sfruttarla, che, anzi, l’uomo ormai era diventato così intelligente da essere in grado di usufruire di tutte le risorse del pianeta senza subirne le conseguenze, perché, dopotutto, l’uomo è superiore a tutto, non è vero?
Se ci si pensa bene è un po’ come sfinire il proprio genitore abusando sempre più della sua pazienza. Secondo me è proprio così che noi umani ci siamo comportati e abbiamo ragionato. Siamo andati avanti, dapprima senza essere consapevoli dei danni che stavamo provocando, e, successivamente, abbiamo continuato nonostante, ormai, ne conoscessimo gli esiti. Ed è per questo motivo che ora più che mai la nostra generazione, la generazione di noi ragazzi, deve dire STOP a quello che, secondo me, si può considerare una forma di violenza e di sfruttamento verso il nostro pianeta. Per questo ogni parola e ogni gesto contano. Perché non dobbiamo per forza fare un discorso per farci sentire, perché, se ci crediamo veramente, basta una frase detta a noi stessi, a un amico, a un genitore, ma anche a uno sconosciuto, a invertire questo trend. Un trend che ci porterà a un futuro disastroso, o meglio, ci porterà a non averlo proprio un futuro. E perché privarci di ciò che prima di essere un diritto è una necessità? Perché costringerci a rassegnarci? Perché vietarci di concepire l’idea di un cambiamento? Solo perché tanto a governare e a risolvere I problemi ci pensano I politici, quei politici di cui ci lamentiamo tutti I giorni ma che rivestono quella carica solo perché noi abbiamo voluto che la ottenessero eleggendoli. Quei politici che pensano solo al potere, ai soldi e all’economia.
Secondo me in tutti noi, vige un po’ la convinzione che, generalizzando, non abbiamo il potere di cambiare le cose, troviamo una valvola di sfogo nel giudicare tutti coloro che ce l’hanno ma non lo applicano con le modalità giuste. Secondo me, quindi, non risolveremo un problema così grande come può essere l’inquinamento ambientale accusando tutti i potenti che purtroppo non sono riusciti a frenarlo, ma decidendo di agire personalmente e concretamente, cominciando a vedere e trattare questo problema in quanto tale, senza limitarci a parlarne passivamente perché ci sembra doveroso farlo. Io stessa quando scrivo rimango scioccata, scioccata che una ragazza come me insieme a molti altri, spero, debba risolvere un problema causato da generazioni fin troppo ambiziose e temerarie, ma dall’altro lato mi do forza perché devo farlo, perché non solo voglio un futuro per me stessa, ma lo voglio per gli altri e l’unico modo per farlo è rallentare, fermarsi e analizzare quelli che sono dati oggettivi, partire da quelli per rimediare e per non sbagliare nuovamente. Per questo nel lavoro sull’inquinamento ambientale assegnato a scuola, ho deciso di trattare di un tema di cui si discute molto poco ma che in realtà incide molto di più di quanto si pensi sul nostro pianeta e, purtroppo, è facile dedurre che non incide di certo positivamente. Si tratta dell’effetto che ha l’industria tessile, in particolare del settore della moda, sul nostro pianeta. Basti pensare che incide in ben otto campi differenti. La prima e la più urgente problematica è sicuramente rappresentata dal cambiamento climatico, infatti l’industria della moda produce una quantità esorbitante di anidride carbonica, la cui produzione, si stima, aumenterà del 60% circa nei prossimi dodici anni. È allarmante, infatti, che solo l’industria dei jeans produca il 13% delle emissioni annue totali di CO2.

La seconda problematica è lo sfruttamento e l’inquinamento delle risorse idriche. Queste risorse sono necessariamente utilizzate, a partire dall’acqua impiegata nelle piantagioni fino ad arrivare ai trattamenti dei materiali e ai lavaggi degli indumenti a casa. Ciò che più lascia interdetti è che per produrre anche solo un’unica maglietta venga impiegata la quantità d’acqua pari al fabbisogno di acqua di una persona in tre anni. Al grande impiego di questa risorsa si affianca anche lo smaltimento delle sostanze di scarto prodotte dalle industrie a scapito dell’ambiente circostante perché queste sostanze si riversano nei fiumi, nei mari e nelle acque sotterranee danneggiando anche l’uomo e gli animali.  

Il terzo problema riguarda l’inquinamento provocato dai pesticidi, in quanto essi vengono applicati in quantità elevate soprattutto in India dove sono presenti le maggiori piantagioni di cotone. In contemporanea all’utilizzo di pesticidi c’è anche un forte sfruttamento del suolo che riveste la quarta problematica. Ciò porta inevitabilmente ad una diminuzione delle risorse naturali, quinta problematica. Infatti, sia la produzione che il trasporto dei capi di abbigliamento porta ad un vasto utilizzo di combustibili fossili e della manodopera, per definizione limitati.
Solamente per produrre e trasportare i materiali per la realizzazione di un paio di jeans si passa per quattro continenti diversi. Avendo un impatto notevole e subito evidente sull’ambiente, il sesto problema è rappresentato dal fatto che, con il calo dei prezzi sui prodotti, le persone sono indotte ad acquistare sempre più abiti che vengono utilizzati per un arco di tempo molto limitato e poi messi da parte incrementando i fenomeni del consumismo e dello spreco.
Il settimo fattore è legato al benessere umano che viene compromesso dagli attuali ritmi di produzione delle industrie. L’ultimo problema, che riguarda in prima persona gli uomini e si collega al punto precedente è la cosiddetta schiavitù moderna che è rappresentata da pesanti forme di lavoro forzato, sfruttamento minorile e tratta di esseri umani. Questi fenomeni sono frequenti soprattutto in quelle che sono le industrie dei grandi brand della moda che spesso di trovano in luoghi come la Cina e il Bangladesh, dove le associazioni sindacali non sono né solide né diffuse e a nessuno importa tutelare i diritti dei lavoratori che, nella maggior parte dei casi, sono rappresentati da donne e bambini, costretti a lavorare in condizioni disagiate per ore, ricevendo un salario minore di quello che gli spetta. È proprio a questo proposito che ho letto un libro intitolato “Sulla strada di Iqbal” che parla di Iqbal Masili, il primo ragazzo sindacalista del Pakistan a lottare contro lo sfruttamento e il lavoro minorile, che fu assassinato a soli dodici anni solo perché aveva avuto il coraggio di far sentire la sua voce. Prima di morire riuscì anche a condurre un discorso all’ONU dove chiedeva la libertà, la parità e l’uguaglianza che si basano sul riconoscere le nostre differenze. Questa storia di sovrappone anche a quella di una ragazza romana della mia età, a cui è stata assegnata proprio una ricerca sull’influenza dell’industria della moda sull’ambiente, che ha reso questo libro ancora più coinvolgente. È riuscito a catapultarmi in una realtà così lontana che, affiancata alla vita quotidiana di questa ragazza, non è apparsa più tanto distante e diversa. In conclusione, qualunque tipo di sfruttamento, che sia umano o territoriale, rimane comunque un’appropriazione illegittima. In entrambi i casi è sempre l’uomo a subirne le conseguenze.  È l’uomo che sceglie di rinunciare al benessere collettivo a furia di rincorrere il proprio. È l’uomo che decide di sottomettere qualcuno o qualcosa e questo non è concepibile né da una mente umana ragionevole né dalla natura, che per millenni ha subito e che ora si sta ribellando.

 

 

 

C’è bisogno di un cambiamento, un cambiamento radicale nel nostro modo di pensare, di affrontare e vedere le cose. Perché per cambiare c’è bisogno di apertura, un’apertura completa che ci porti a una trasformazione, a una rielaborazione del passato e del presente per scrivere il futuro. Questo cambiamento però non si raggiunge solamente con il pensiero, ma con le azioni. Nel campo della moda le aziende e le industrie tessili potrebbero cambiare i propri metodi di produzione riducendo il loro impatto ecologico e rispettando i limiti, così che l’uomo possa convivere in armonia con la natura. Si punta, quindi, anche facendo riferimento ad uno dei diciassette obiettivi dell’agenda dell’ONU, a monitorare l’utilizzo di microfibre e microplastiche che vengono rilasciate in acqua e a ridurre la generazione di rifiuti chimici nel processo produttivo. Noi consumatori, invece, potremmo acquistare meno abiti o trovare modalità alternative per far sì che questi capi non vengano sprecati. Possiamo promuovere ad esempio la condivisione, lo scambio e il riciclaggio. Inoltre è un diritto del consumatore quello di essere al corrente delle problematiche legate a questo settore così da sensibilizzarlo e limitare l’acquisto esagerato e impulsivo.
Personalmente sostengo anche che ci siano innumerevoli modi per combattere questo gigantesco problema e sono certa che, in questo ultimo periodo, stanno nascendo nuove forme di lavoro che pian piano si stanno orientando verso la risoluzione dell’inquinamento ambientale e, anche se non ho ancora le idee chiare sul mio futuro e su ciò che farò, qualche volta mi lascio trasportare dall’immaginazione e penso di poter diventare un ingegnere che progetta soluzioni alternative e all’avanguardia ma sostenibili, un’attivista che combatte per il suo pianeta, una politica o giornalista impegnata in campo ecologico. Per questo interesse devo ringraziare Greta Thunberg e un libro che ho letto recentemente in inglese che racchiude tutti i suoi discorsi. Lei è stata un’ispirazione per molti ragazzi e adulti che l’hanno sostenuta, ognuno in base alle proprie possibilità. Ha parlato di inquinamento ambientale, riscaldamento globale, gas serra, scioglimento dei ghiacciai, ma anche delle plastiche presenti nei mari e nella terra. Ha parlato di tutto ciò che l’uomo modifica, ha parlato dell’enorme impronta che l’uomo inevitabilmente lascia su tutto ciò che incontra. Ma questa impronta non può e non deve essere più negativa. Non si deve pensare che l’uomo sia capace solo di danneggiare perché è, per natura, portato a vivere nella serenità alla cui base, secondo me, c’è l’equilibrio. Un equilibrio che negli anni si è perso e che ora va riconquistato. Se si agisce, i due aghi della bilancia raggiungeranno lo stesso livello. Penso che questa sia una sfida molto più grande dell’uomo ma che lui deve accettare, soprattutto quando ad essere in ballo è il nostro futuro!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I Serpenti

I serpenti hanno la pelle coperta di squame. La maggior parte dei serpenti utilizza le squame della pancia per muoversi. Il cranio è privo di fosse temporali, senza forame parietale; i rami della mandibola sono riuniti da un legamento molto elastico; l’osso quadrato è lungo e mobile, come pure i palatini e gli pterigoidei (condizione che permette un’ampia dilatabilità della bocca, o cinesi cranica). Nei Viperidi, quando l’animale apre la bocca abbassando la mandibola, il quadrato e, con esso, tutto l’arco pterigoideo-palatino sono spinti innanzi e l’osso traverso, premendo sul mascellare, fa ruotare quest’ultimo da dietro in avanti così che i denti del mascellare si sollevano formando con la volta palatina un angolo retto o ottuso. Quando la bocca si chiude, il mascellare ruota in senso inverso e i denti tornano nella posizione di riposo adagiandosi sul palato con la punta rivolta all’indietro. La colonna vertebrale è forte e flessibile, con vertebre proceli e costole numerose (fino a 550) e mobili, unite a mezzo di muscoli con le squame o scudi ventrali allargati (gastrostegi); questi, inclinandosi e facendo leva sul substrato, coadiuvano la locomozione dell’animale che avviene mediante ondulazioni del corpo in senso orizzontale (movimento serpentino). Il tronco è privo di arti anteriori, di cinto scapolare e, per lo più, anche degli arti posteriori e del cinto pelvico, talvolta presenti come rudimenti.Le loro palpebre sono squame trasparenti che rimangono perennemente chiuse. I serpenti mutano periodicamente la loro pelle. Diversamente da altri rettili, questa mutazione è fatta in un solo passo, come uscire da un calzino. Lo scopo della muta è la crescita delle dimensioni del serpente, quindi la muta è indispensabile per migliorare il movimento.I serpenti sono animali carnivori, si nutrono quindi di piccoli animali, compresi altri rettili e serpenti, uccelli, uova o insetti. Alcune specie sono dotate di un morso velenoso con il quale uccidono oppure paralizzano la preda prima di nutrirsene; altre invece uccidono le prede per costrizione. Questa articolazione viene definita come articolazione rettiliana e permette ai serpenti di aprire la bocca e ingoiare interamente la preda, anche se questa è di grandi dimensioni. All’interno dello stomaco hanno degli acidi che servono a sciogliere la preda, le ossa invece vengono espulse.

Per l’uomo il pericolo maggiore che deriva dai serpenti non è quello di essere mangiati, ma di essere morsi, perché alcune specie sono velenose: la diversa composizione del veleno può comportare vari sintomi per ogni morso. Il 15% circa dei serpenti possiede un veleno pericoloso per l’uomo.

I SERPENTI PIU’ VELENOSI:

Il Serpente di Mare Marrone-Olivastro

Il Serpente di Mare Elegante

Il Serpente Tigre Comune

Il Crotalo Tigre

Il Serpente tigre nero occidentale

Il Serpente di Mare col Collare

Il Taipan dell’Interno

Il Serpente di Bruno Comune

Il Serpente di Mare di Dubois

Il Serpente di Mare dal ventre Giallo

Il Taipan della costa      ecc…

Non si conosce con precisione il numero di morsi e di morti che i serpenti causano agli esseri umani, perché molte persone, soprattutto in Africa e in Asia meridionale, non si rivolgono alle strutture ospedaliere, tuttavia si stima che ogni anno ci siano da 425.000 a 1.800.000 avvelenamenti da ofidi che causano tra i 20.000 e i 94.000 morti.

In ITALIA i serpenti velenosi appartengono alla famiglia dei viperidi, il cui morso comporta un’intossicazione molto simile da specie a specie ed una sintomatologia comparabile: in primo luogo compare dolore nel punto colpito, in cui si possono riscontrare i segni lasciati dai denti veleniferi; successivamente compare una tumefazione alla quale fanno seguito sintomi generali di shock, con dolori gastrici ed intestinali, vomito e diarrea; nel caso di persone deboli quali bambini, anziani e persone debilitate, in assenza di terapie adeguate, il morso può provocare la morte.

La terapia si basa principalmente sul rallentamento dell’assorbimento del veleno e sulla somministrazione di un siero antiofidico, che dev’essere fatta in ambiente ospedaliero per non rischiare gli effetti di un possibile shock anafilattico.

Il dualismo di fascino e timore che questi animali suscitano in noi ha contribuito al diffondersi dei serpenti come animali da compagnia. Per la stabulazione di gran parte di queste specie occorre un terrario con le pareti di vetro o legno, sebbene poche necessitino di un acquario o di un acquaterrario. Tra i più diffusi figurano i colubridi, i pitoni ed i boidi.

DOVE VIVONO I SERPENTI :

Dall’equatore ai poli, dalla terra all’acqua, i serpenti vivono ovunque:
  • tra le dune del deserto, come la vipera cornuta del deserto (Ceraste cerastes);
  • sugli alberi delle foreste, come il pitone verde (Morelia viridis);
  • in ambienti d’acqua dolce, come gli individui del genere Natrix;

 

KARIM ELSAWY

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Le capre-ragno

Le ragnatele sono molto utili e utilizzate… non solo dai ragni. Infatti, si usano, ad esempio, per fabbricare le corde dei violini più pregiati, essendo più resistenti dell’acciaio ma al contempo molto elastiche. Ma se pensate che la fibra venga raccolta da tizi vestiti con delle tute protettive che sfrattano i ragni dalle loro ragnatele, sbagliate. Infatti, esse vengono estratte… dal latte di una sottospecie di capra geneticamente modificate, figlia di un’altra capra ottenuta facendo accoppiare due capre a cui sono stati aggiunti geni di ragno. Ad alcuni potrebbe sembrare una cosa ripugnante, ma il commercio frutta bene e ormai  sono molti gli allevamenti di questo animale modificato. Queste capre sono identiche a quelle normali: l’unica differenza è, appunto, questa proteina contenuta nel latte con cui si potrebbero benissimo realizzare dei ponti molto più resistenti di quelli classici in acciaio.

                                                          schema di come vengono ottenute le capre usate nella produzione della fibra di ragno

 

Andrea Ruscillo, IID

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La volpe

 

La volpe è un canide di medie dimensioni dall’aspetto aggraziato e gradevole. Il muso è affusolato e allungato, le orecchie appuntite e dritte, generalmente nere nella parte posteriore. Le zampe sono corte, ma agili e scattanti. La sua peculiarità distintiva è la pelliccia folta e dal colore mutevole a seconda delle stagioni.

E’ un animale notturno ma spesso e volentieri è attiva anche durante il giorno. Il suo atteggiamento, tuttavia, è piuttosto schivo e timoroso, quindi si ripara nei cespugli, in fossi e tane scavate nel terreno o si appropria delle case abbandonate da altri animali notturni di campagna, come tassie istrici.

Vive mediamente dai due ai cinque anni, ma molto esemplari arrivano tranquillamente anche a 10 anni. Come molti animali selvatici, è carnivora, e vive nei boschi, in campagna, e anche in città, un po’ in tutta Italia, senza distinzione geografica. Meno comune in Pianura Padana, si adatta bene alla vita in qualsiasi varietà di ambiente, compresi quelli più antropizzati.

Cosa mangiano…

In montagna la si trova fino a 2500 metri di quota e va a caccia di lepri, ricci, piccoli roditori e conigli. All’occorrenza, si dimostra un onnivoro di ‘larghe vedute’: la sua dieta, infatti, può comprendere anche insetti e bacche.

Allatta i suoi cuccioli per circa un mese, durante il quale gli esemplari adulti somministrano ai piccoli anche cibo rigurgitato per arricchire la dieta. Nel giro di due mesi solitamente lo svezzamento viene terminato..

Con l’arrivo dei primi caldi, a partire da maggio-giugno, i cuccioli iniziano a seguire i genitori nella ricerca di cibo e rimangono uniti alla famiglia fino alla fine dell’estate. Da quel momento, i maschi lasciano i genitori e iniziano a procacciarsi autonomamente il cibo, dando vita anche a vivaci lotte territoriali con altri esemplari.

È un animale notturno dal carattere schivo, timoroso e restio all’interazione con altri animali e con gli umani. Essendo un predatore selvatico molto territoriale, tende a dare vita a dure competizioni con gli altri esemplari. Questa caratteristica è uno dei fattori che incide maggiormente sul controllo naturale della specie, perché è causa di molte morti durante i combattimenti tra maschi, specie nel corso della stagione degli accoppiamenti.

Volpi in citta’…

Tuttavia, il suo graduale avvicinamento ai centri abitati ha fatto sì che il contatto umano sia sempre più facilitato dalla ricerca continua di cibo. Nelle località turistiche, le volpi escono allo scoperto anche durante il giorno, avvicinandosi a campeggiatori e viaggiatori per rimediare qualcosa da mangiare.

Questa evoluzione nel carattere e nelle abitudini ha lentamente cambiato la natura selvatica di questo animale, arrivando, in molti casi, ad un vero e proprio addomesticamento. Tra le specie più docili e abituate al contatto con l’uomo, c’è proprio la volpe rossa.La famiglia comprende 12 specie diverse, tra cui la volpe rossa, il mammifero selvatico più diffuso al Mondo, unico rappresentante di questa specie nel nostro Paese.

Quanto mangia…

Le esigenze alimentari di un esemplare adulto corrispondono a circa 500 g di cibo al giorno. A seconda del suo habitat e delle circostanze, si nutre di tutto ciò che trova. Essendo carnivora, predilige quasi sempre la selvaggina (galline, lepri, fagiani, quaglie, ecc), ma non disdegna nulla, specie se è affamata.

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La volpe e’ un predatore

In pianura e in campagna se ne va in giro di notte a rimediare tutto ciò che trova nelle vicinanze delle case e dei fienili. Predilige comunque i boschi e le zone ricche di nascondigli dove caccia conigli, lepri, roditori, ricci.

Per catturare le sue prede, utilizza una tecnica davvero sorprendente: non si lancia all’inseguimento, ma spicca un balzo in aria formando un angolo di 40°. Con questa strategia, non solo riesce a coprire un’area di 5 metri, ma ricade esattamente con le zampe anteriori sulla preda, senza lasciarle scampo.

Dove vive…

La volpe è la specie animale più diffusa al mondo, dopo l’uomo. È conosciuta in tutti i continenti, si adatta alle condizioni specifiche del suo habitat selvaggio. Tuttavia, le specie più comuni preferiscono climi temperati come l’Europa, parte dell’Asia e del Nord Africa o quella della maggior parte del Nord America.

Nel caso dell’Australia, la volpe fu introdotta dall’uomo e si diffuse rapidamente in tutto il continente, causando spesso danni alle nicchie ecologiche locali.

Karim Elsawy

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Uno squalo in miniatura

Quando pensiamo agli squali pensiamo ad esseri abbastanza grandi. Ma c’è n’è uno che non lo è:

lo Squalo Tasca.

Di questo animale, che è anche bioluminescente, si conoscono solo due esemplari: una femmina, lunga circa 10 centimetri in totale, catturata a 330 metri di profondità, e un maschio di 14 centimetri, ritrovato nel 2015. Lo Squalo Tasca (Mollisquama Parini) non deve il suo nome al fatto che potrebbe entrare in una tasca, bensì a delle sacche poste dietro alla bocca, vicino alle pinne anteriori da cui può spruzzare delle nuvolette luminose, composte da una sostanza ignota.

                        Andrea Ruscillo, IID

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La rana dei record

Sette millimetri.

Niente, per un essere umano.

Tutto, per una rana che sta comodamente in una moneta da 10 centesimi.

La Paedophryne Amauensis detiene il record di vertebrato più piccolo scoperto, che ha soffiato alla Paedocypris progenetica, una carpa endemica (cioè che abita solo lì) dell’Indonesia. Questa rana è stata scoperta in Papua Nuova Guinea durante una spedizione per studiare la biodiversità di quel luogo. Ma se pensate che siano solo le dimensioni a fare della Paedophryne un essere particolare, vi sbagliate: non solo questa rana è capace di saltare per una lunghezza equivalente a 30 (sì 30!) volte la lunghezza del suo corpo (come se un uomo alto 1,80 metri si mettesse a quattro zampe e saltasse circa 54 metri) ma, a differenza degli altri anfibi, il suo ciclo vitale non comprende lo stadio larvale: dalle uova, deposte numerosissime, escono direttamente “adulti in miniatura”.

 

Andrea Ruscillo

 

 

 

Andrea Ruscillo, IID

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Il nobile limulo

Il sangue blu è cosa da nobili. Ma anche da animali: il limulo, o anche granchio ferro di cavallo, ha infatti il liquido venale di colore blu, che è anche rinomato dal punto di vista medico. Il Limulus Polyphemus è un artropode chelicerato (cioè dotato di cheliceri, delle appendici simili a zampette che portano il cibo alla bocca durante i pasti) antichissimo: infatti, sono stati rinvenuti fossili di questa specie risalenti a circa 400 milioni di anni fa (questa specie è antica praticamente quanto gli squali).

Una curiosità: nonostante il suo nome, granchio ferro di cavallo, dal punto di vista di parentela evolutiva è più vicino a ragni e zecche che non ai granchi veri e propri. Il dismorfismo sessuale, cioè la differenza tra esemplari maschi ed esemplari femmine, prevede che il maschio sia del 20% più piccolo della femmina. Il limulo possiede sei paia di arti e due paia di occhi, i quali sporgono dal carapace che riveste il resto del corpo. Presenta anche una sorta di coda che non ha una funzione specifica.

Andrea Ruscillo

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Il pesce anfibio

Si sa che tutti i pesci non possono sopravvivere fuori dall’acqua. O meglio, quasi tutti: il Saltafango o Perioftalmo è uno di quei pochi pesci che non rientra in questo gruppo. I loro habitat tipo sono le foreste di mangrovie, nelle regioni tropicali e subtropicali. I Perioftalmi presentano vari adattamenti che permettono loro la vita subaerea: le pinne modificate, la capacità di respirare attraverso la mucosa buccale e la cute (respirazione cutanea, utilizzata anche dagli anfibi), la capacità di incamerare aria e di scavare profonde tane in cui rilasciano quest’aria accumulata quando sono ricoperte dall’acqua dall’alta marea.

Esistono 18 specie di Perioftalmo attualmente descritte. Il più conosciuto, il Periophthalmus argentilineatus, arriva fino a 9,5 centimetri circa e si ciba di piccole prede come granchi e altri artropodi.

                     Andrea Ruscillo, IID

 

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Livyatan Melvillei

Immaginate un capodoglio. Ora rendetelo più grande, più cattivo e col doppio dei denti. Otterrete il Livyatan Melvillei. Questo mostro era in cima alla catena alimentare marina del Miocene (periodo che va dai 23 ai 6 mln di anni fa) insieme ad una belva forse più conosciuta e temuta, il Carcharocles Megalodon (o Megalodonte). Il nome Livyatan Melvillei deriva, come facilmente intuibile, dal Leviatano (il gigantesco mostro biblico) e dall’autore di Moby Dick, Herman Melville. Aveva un cranio lungo tre metri e (si suppone in base alle misure del cranio, appunto) un corpo di una lunghezza compresa tra i 13 e i 17 metri. I denti misuravano 36 centimetri circa ed erano presenti sia sulla mascella che sulla mandibola, a differenza dei capodogli che li hanno solo sulla mandibola. La sua dieta prevedeva foche, tartarughe, uccelli marini e altri cetacei.

 ricostruzione del Livyatan Melvillei

Physeteroidea - Livyatan melvillei.JPG  cranio fossile del Livyatan
                                                                                                                                                                        Andrea Ruscillo, IID

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